19-04-2008, 09:16 AM
Note su Hiroshima è una raccolta di otto resoconti dell'autore su otto suoi diversi viaggi a Hiroshima. Kenzaburo Oe porta così alla luce la verità su uno dei maggiori disastri della storia umana, che si tende a dimenticare spesso, in questo secolo come nell'altro, o a ricordare soprattutto per la sua potenza distruttrice, piuttosto che non per l'inferno in cui sono state gettate centinaia di migliaia di vite.
Ci sono pochi racconti riguardo il giorno dell'esplosione atomica, quel 6 agosto 1945, in quanto l'intento non è quello di descrivere attraverso le testimonianze l'orrore dell'esplosione (per quello esiste una raccolta di testimonianze, in Giappone, che penso dovrebbe essere tradotta in tutto il mondo), bensì il terrore e il dolore di coloro che sono sopravvissuti e che nel 1964, quando lui scriveva questi piccoli saggi, vivevano nell'agonia della certezza di una morte orribile, oppure solo nella paura di sue avvisaglie. E molti di questi uomini e donne, ci vivono ancora. E se non più loro, lo fanno i loro figli.
Kenzaburo Oe sottolinea infatti che ogni estate si reca ancora, tutt'oggi, all'ospedale della bomba atomica di Hiroshima, dove i letti non sono ancora vuoti.
E allora si tratta di un viaggio dentro l'inferno, quello del premio Nobel per la letteratura, un inferno cui nessuno pensa, ma che esiste. Racconta la vita degli Hibakusha, i sopravvissuti, tramite i racconti di piccole sfide, oppure mediante i grandi dolori, che non mancano di generare rabbia, dolore, terrore e ribrezzo. Ribrezzo per qualcosa che è stato fatto senza una ragione, senza un pensiero coerente, senza conoscerne gli effetti concreti prima.
Si stima che nel momento dell'esplosione qualcosa come 40000 esseri umani siano stati uccisi, carbonizzati, oppure semplicemente vaporizzati, e nei giorni e negli anni a seguire, si stima che più del doppio, forse il triplo o anche di più, siano morti per gli effetti postumi delle radiazioni, tra cui la leucemia.
Il dolore che trasuda da ogni pagina di questo libro lo rende una tappa obbligata della strada verso la pace e il disarmo, che sembra ancora così lontana e che era il sogno di quei sopravvissuti che avrebbero preferito morire.
E quasi tutti loro sono morti in un mondo che non è poi tanto diverso da quello che li ha condannati.
Ci sono pochi racconti riguardo il giorno dell'esplosione atomica, quel 6 agosto 1945, in quanto l'intento non è quello di descrivere attraverso le testimonianze l'orrore dell'esplosione (per quello esiste una raccolta di testimonianze, in Giappone, che penso dovrebbe essere tradotta in tutto il mondo), bensì il terrore e il dolore di coloro che sono sopravvissuti e che nel 1964, quando lui scriveva questi piccoli saggi, vivevano nell'agonia della certezza di una morte orribile, oppure solo nella paura di sue avvisaglie. E molti di questi uomini e donne, ci vivono ancora. E se non più loro, lo fanno i loro figli.
Kenzaburo Oe sottolinea infatti che ogni estate si reca ancora, tutt'oggi, all'ospedale della bomba atomica di Hiroshima, dove i letti non sono ancora vuoti.
E allora si tratta di un viaggio dentro l'inferno, quello del premio Nobel per la letteratura, un inferno cui nessuno pensa, ma che esiste. Racconta la vita degli Hibakusha, i sopravvissuti, tramite i racconti di piccole sfide, oppure mediante i grandi dolori, che non mancano di generare rabbia, dolore, terrore e ribrezzo. Ribrezzo per qualcosa che è stato fatto senza una ragione, senza un pensiero coerente, senza conoscerne gli effetti concreti prima.
Si stima che nel momento dell'esplosione qualcosa come 40000 esseri umani siano stati uccisi, carbonizzati, oppure semplicemente vaporizzati, e nei giorni e negli anni a seguire, si stima che più del doppio, forse il triplo o anche di più, siano morti per gli effetti postumi delle radiazioni, tra cui la leucemia.
Il dolore che trasuda da ogni pagina di questo libro lo rende una tappa obbligata della strada verso la pace e il disarmo, che sembra ancora così lontana e che era il sogno di quei sopravvissuti che avrebbero preferito morire.
E quasi tutti loro sono morti in un mondo che non è poi tanto diverso da quello che li ha condannati.