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Tito di Gormenghast di Mervyn Peake
Categoria:   Top  Letteratura d'autore fantasy
 

Editore : Adelphi
Pagine : 546
Prezzo : € 24.00
ISBN : 88-459-0476-8

Grottesco. Il romanzo grottesco per definizione.
Questo è Titus Groan (Tito di Gormenghast nell'edizione Adelphi), primo di una pentalogia che non ha trovato completamento firmata dall'autore inglese Mervyn Peake. Abbandonate l'ideale manicheista della lotta tra il bene e il male, del fantasy eroico o avvolto dalla magia, e buttatevi nella lettura di questo romanzo.

Tra le mura di Gormenghast, un castello di proporzioni titaniche fiancheggiato dagli omonimi fiume e monte,  un evento inatteso come la nascita del settantasettesimo conte De Lamenti (Groan in inglese), Tito, porta con sé la minaccia del cambiamento e mette a rischio le fondamenta della Tradizione che scorre tra le roccie del complesso.
Il cambiamento si riflette nella vita routinaria dei suoi abitanti e negli eventi che si susseguono all'interno del romanzo.

Ho scritto prima che questo romanzo è grottesco, cercherò ora di spiegare perché. Quando fu pubblicato, non venne categorizzato come un romanzo fantasy. Vi sono degli elementi fantastici indubbiamente nell'atmosfera assolutamente surreale che viene evocata dalle pagine di questo racconto, ma è difficile affiancarlo al fantasy tradizionale, e meriterebbe, com'è stato osservato da C.S.Lewis, una definizione tutta a sé all'interno della famiglia fantasy, il Gormenghastly. Protagonista del romanzo è il castello stesso, un'imponente costrutto roccioso che abbraccia tutto, e che simboleggia la Tradizione, tutto ciò per cui i suoi inquilini hanno una devozione religiosa. Più che un castello medievale, l'edificio ricorda un'enorme cittadella, la cui estensione è ignota ai suoi stessi abitanti, e che tutto circonda, sì che dagli spalti non è possibile vedere altro. La cittadella ha le sue differenti strutture, cortili, torrioni, ed edifici minori dedicati ciascuno ad una funzione ed è insieme casa e prigione.
Gli abitanti del castello pur ognuno con le singole personalità e tratti distintivi, altro non sono che manifestazioni ed appendici dell'enorme creatura, che li plasma a sua somiglianza. Si tratta di figure "caricaturate" all'inverosimile (e uso di proposito la parola inverosimile), ognuna con i propri tic. Abbiamo quindi Lisca ovvero l'aracnico maggiordomo del Conte Sepulcrio le cui articolazioni scricchiolano ad ogni movimento, il cuoco Sugna, un'informe massa di carne dai tratti da carnefice, i Lustrapietre Grigi dall'aspetto piatto e grigio appunto come la pietra, i dialoghi del medico Floristrazio intervallati da risate inespressive, il distacco della contessa Gertrude con la sua passione per gatti e uccelli, ecc... Poche sono le figure ancora grezze e poco lavorate, ed esse sono le protagoniste appunto degli eventi che stravolgono le compulsioni degli abitanti, ovvero il neonato Tito, la sorella Fucsia, e il giovane ed ambizioso Ferraguzzo. Questi si rivela l'architetto che giostra le sorti degli storici abitanti.
La prosa è sensazionalmente robusta, e lo stile descrittivo è davvero ricco e dettagliato; leggendo Titus Groan si ha l'impressione di trovarsi davanti ad un'enorme descrizione più che al raccontare di eventi. Ogni capitolo aggiunge figure che erano sconosciute, pur parte integrante del castello, agli altri abitanti, e dettagli sui vari personaggi o su aspetti della Tradizione. Gli eventi sono rari e lunghi a succedersi, riflettendo l'immutabilità del tempo, e divorando le pagine i cambiamenti vengono elargiti con difficoltà, tanto che tutto l'arco narrativo del primo romanzo dura un anno dalla nascita di Tito.
Parlavo prima della Tradizione: la Tradizione è il complesso di norme, di dogmi che governano le vite dei personaggi dal più lurido servo di Sugna ad autorità quali il Conte Sepulcrio e la moglie Gertrude. Non vi è tuttavia un'adesione partecipe a e un'interiorizzazione di questa fede. Il significato dei rituali nella vita di Gormenghast risultano incomprensibili ai normali abitanti, eppure vi è un fortissimo senso del dovere che spinge gli stessi a seguirli. L'essere umano che l'incarna è il vecchio bibliotecario Agrimonio, ma la Tradizione sopravvive a questa unica figura che dispone dei testi sacri della stessa, tanto che se egli venisse meno, un altro individuo sarebbe pronto a prenderne le veci.
Ad essa si oppongono volontariamente lo sguattero Ferraguzzo e in misura minore la figlia dei De Lamenti, Fucsia, mentre in modo involontario è Tito a portare il germe della rivoluzione. Eppure sono tutti e 3 figli di Gormenghast. Infatti del primo non ci è dato di sapere come sia finito a fare lo sguattero del cuoco, come se fosse da sempre stato tale; sappiamo solo che non ha alcun senso della tradizione, e persegue i suoi obiettivi per ambizione personale. La contessina Fucsia invece odia la Tradizione perché essa le ha negato l'affetto dei suoi genitori; il suo ruolo è più passivo, di fuga dalla stessa, il che si riflette nelle sue spedizioni alla ricerca di luoghi inesplorati e nel desiderio di scappare dal castello. Infine Tito, i cui atti assolutamente innocenti (da ricordare che è un neonato) sono interpretati come sacrilegio.
E su questo tema si svilupperanno presumibilmente i successivi romanzi.

Il mio giudizio su Gormenghast è pertanto sospeso. Ne riconosco l'unicità, ma prevale in me la curiosità di vedere come prosegue.
C'è da dire che non è facile da divorare proprio perché risulta abbastanza monotono, eppure ha pur esso qualcosa di epico da offrire (per chi lo ha letto, Sangue a Mezzanotte è il capitolo che mi è piaciuto di più).

Sull'edizione italiana non vi è nulla da eccepire, la traduzione e l'adattamento dell'Adelphi sono eccellenti.

--Ankalagon 


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